Dal fiume Nera allo Speco di Narni

Dal fiume Nera allo Speco di Narni

Camminare, incontrarsi, servire!

Domenica 12 maggio 2024 si è svolto un emozionante appuntamento degli Itinerari Laudate Deum: dal fiume Nera allo Speco di Narni, una giornata all’insegna della natura, della spiritualità francescana e della fraternità.

Un percorso di bellezza e spiritualità

L’incontro è iniziato alla stazione ferroviaria di Narni alle ore 9.00, da dove è partito un gruppo numeroso e variegato di partecipanti. Insieme, abbiamo percorso circa 6 km lungo il suggestivo sentiero ciclopedonale che costeggia il fiume Nera, fino a raggiungere Stifone, il pittoresco borgo noto per le sue limpide sorgenti. Il cammino si è rivelato un’occasione unica per riscoprire la bellezza del creato, condividere momenti di riflessione, preghiera e fraternità.

Il pranzo, al sacco, è stato vissuto in spirito di semplicità e condivisione, rispettando pienamente l’ambiente e lo stile di vita francescano.

Una giornata da ricordare

Dopo il pranzo, il gruppo ha fatto ritorno in treno a Narni per poi raggiungere in auto il Sacro Speco di San Francesco. Qui, nella quiete del luogo tanto caro al poverello di Assisi, molti hanno partecipato alla Santa Messa delle ore 18.00, concludendo la giornata in un’atmosfera di raccoglimento e gratitudine.

Un’iniziativa condivisa

L’evento è stato promosso dall’Ordine Francescano Secolare d’Italia – Fraternità Regionale del Lazio, con il supporto dell’Ufficio per la Pastorale del Tempo Libero, Turismo e Sport del Lazio, il Movimento Laudato Si’ – Cattolici per la nostra casa comune e il Centro Sportivo Italiano (CSI Roma-APS).

Per conoscere i prossimi appuntamenti e rivivere i momenti di questo itinerario, visita: ofsLazio.org

Abbiamo camminato insieme, incontrato il creato e servito con gioia nello spirito francescano!

Preghiera Semplice

Preghiera Semplice

O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace:
Dove c’è odio, fa’ ch’io porti l’Amore.
Dove c’è offesa, ch’io porti il Perdono.
Dove c’è discordia, ch’io porti l’Unione.
Dove c’è dubbio, ch’io porti la Fede.
Dove c’è errore, ch’io porti la Verità.
Dove c’è disperazione, ch’io porti la Speranza.
Dove c’è tristezza, ch’io porti la Gioia.
Dove ci sono le tenebre, ch’io porti la Luce.

O Maestro, fa’ ch’io non cerchi tanto:
Essere consolato, quanto consolare.
Essere compreso, quanto comprendere.
Essere amato, quanto amare.
Poiché è dando, che si riceve;
Dimenticando se stessi, che si trova;
Perdonando, che si è perdonati;
Morendo, che si resuscita a Vita Eterna.

Beato Amato Ronconi

Tra i francescani proclamati santi recentemente c’è ne uno particolarmente importante: si tratta di Amato Ronconi. Egli nasce a Saludecio, in provincia di Rimini, da una famiglia ricca, verso il 1225, non sono infatti note con precisione le sue date di nascita e di morte. Nasce quindi nel secolo di San Francesco, suo contemporaneo, nel mezzo del vasto movimento di rinnovamento nella povertà, cioè il francescanesimo, di cui poi Amato sarebbe stato terziario. Ben presto egli rimase orfano di ambo i genitori, sicché trascorse la sua giovinezza con la famiglia del fratello maggiore, Giacomo. Subentrò però in lui l’odio per la cognata, perché aveva rifiutato un matrimonio che la parente gli aveva predisposto.

Così decise di lasciare la famiglia del fratello e, arrivato sul Monte Orciale, si mise a costruire un ospizio dedicato alla natività di Maria, per poter dare un letto a poveri e pellegrini. Per realizzare tutto ciò, però, Amato dovette donare di nascosto il ricavato delle sue terre e perfino il guadagno che riceveva con il suo lavoro di garzone presso altri agricoltori. La sua vita fu tipica dei penitenti di quell’epoca: ogni giorno si flagellava e si nutriva di pochi legumi, sicché ben presto venne considerato un pazzo dai suoi concittadini, ma soprattutto dalla cognata molto infuriata perché vedeva sciupare la proprietà, che poteva essere sua e di suo marito, finché non esitò ad accusarlo di incesto alle Autorità. Dio, però, dimostrò l’innocenza di Amato con vari miracoli secondo la “Vita” scritta dall’umanista Sebastiano Serico, il quale, in mancanza di documentazioni, poté riportare soltanto le tradizioni orali tramandate dalla sua famiglia.

Comunque altri particolari della vita di Amato si ricavarono dal suo testamento, pubblicato nel volume “Rimini nel secolo XIII°”, edito nel 1862, dove si legge che “l’onesto e religioso uomo, fratello Amato del Terz’Ordine del beato Francesco, proprietario e fondatore dell’Ospedale di Santa Maria di Monte Orciale, presso il castello di Saludecio, fa solenne cessione di quell’ospedale e di tutte le sue proprietà ai Benedettini di San Giuliano e di San Gregorio, in Conca di Rimini, chiedendo, nel contempo, di venire sepolto nella cappella dello stesso ospedale”. Questo testamento porta la data del 10 gennaio 1292 ed è l’unico documento che attesta in quale secolo sia vissuto il Santo in parola, morto intorno al 1300, ma già dagli ultimi anni della sua vita Amato era venerato col titolo di Beato, perché in un documento del 26 maggio del 1304 il legato pontificio Cardinale Francesco di S. Eusebio confermava quella donazione, scrivendo al monaco Salvo “priore dell’Ospedale del Beato e concedeva un’indulgenza a chi visitasse il suo sepolcro. Ma la cappella dell’ospedale dove, secondo il desiderio di Amato, riposava il suo corpo fu danneggiata da un incendio scoppiato nel maggio del 1330, sicché le sue reliquie vennero traslate nella Pieve di San Biagio. Il suo culto fu poi confermato da Papa Pio VI° con il titolo di Beato il 17 aprile del 1776. A Saludecio oggi c’è un santuario dedicato alla sua memoria e la cui festa, secondo il Martyrologium Romano, si celebra l’8 maggio. Il beato Amato Ronconi è stato infine canonizzato da Papa Francesco lo scorso 23 novembre ed è, a tutt’oggi, l’unico santo interamente nostro, cioè del secondo millennio.

Di questo santo ricordiamo l’interpretazione profetica, che non si interessa tanto a ciò che il santo ha fatto, quanto, piuttosto, a ciò che Dio ha detto, ieri come oggi, a noi attraverso la sua vicenda. Insomma, Amato Ronconi come profeta, cioè come messaggero e portavoce di Dio. In questo senso, tutta la vita del “nostro” santo ruota intorno a questo ruvido ma liberante messaggio di Gesù, indirizzato al suo popolo: “Convertitevi, capovolgete mente e cuore, invertite la via, cambiate la vita”. Non perché Amato prima fosse un dissoluto o un criminale, ma perché ha scelto di diventare cristiano, non ha voluto per sé, ricco com’era, un’esistenza piatta e ripiegata, senza un brivido di compassione per Cristo crocifisso e per i tanti crocifissi della Storia. Poteva andarsene, dopo aver incontrato Gesù, come il giovane ricco della parabola, ma lui non poteva farlo, perché si era sentito letteralmente e autenticamente amato dal Signore e a quel punto ha preferito rinnegare il suo “io” vorace e possessivo e ha intrapreso il sentiero delle Beatitudini. Oltre alla profezia della penitenza, anzi, proprio per vivere da vero penitente fino in fondo, Amato ha scelto la povertà e si è lasciato affascinare dall’ideale francescano vissuto dai Francescani del vicino Convento di Monte Orciale.

Il terzo tratto della profezia di Amato è quello del Pellegrinaggio: Rimini, San Marino, Assisi, Roma e, per quattro volte e mezzo, Santiago de Compostella. Amato è stato un vero pellegrino. Questi non è un vagabondo, senza meta né fissa dimora, che vaga solo per il piacere di andare qua e là. Non è neanche un esploratore che va in cerca di nuove terre. E’ un uomo che ha il cuore puntato come l’ago di una bussola, sempre orientato verso il Nord, ed il suo Nord è la Casa del Padre. Ecco la profezia del pellegrino Amato: egli ci ricorda che non siamo dei vagabondi smemorati ma siamo come Gesù dei viandanti diretti alla Santa Gerusalemme per abitare nella Casa del Padre. Perciò la vita è un santo viaggio. Il pellegrino, spoglio di tutto, ha trovato il tesoro, il Regno di Dio. “dio tutto in tutti”, questa è la profezia del nostro santo francescano Amato.

Santa Margherita da Cortona

Margherita nasce a Laviano, in provincia di Perugia, nel 1247, suo padre si chiamava Tancredi e coltivava, con discreto successo, alcuni terreni di proprietà del Comune di Perugia. All’età di nove anni Margherita rimase orfana della madre.

Suo padre si risposò, ma la “nuova mamma” si rivelò per lei una matrigna. A sedici anni conobbe un giovane nobile e ricco, di Montepulciano, passato alla storia come Arsenio, a diciotto va a convivere con lui, che non la sposa, neanche quando lei lo rende padre di Jacopo. Nove anni dopo Arsenio muore assassinato. I parenti di lui scacciano lei ed il bambino, né miglior accoglienza trova tornando dai suoi. Allora Margherita prese Jacopo e, vestita a lutto e lacera, si avviò verso Cortona, decisa ad intraprendere la strada della penitenza, dell’umiltà, della preghiera e del servizio ai più poveri. San Francesco era morto da poco ed il vento del francescanesimo soffiava ancora anche in quegli anni, e Margherita si lasciò trasportare… Infatti arrivò fino al Convento dei Frati, decisa a chiedere il saio della penitenza ed iniziare così, decisamente e pubblicamente, una nuova vita. Il frate guardiano, però, non la pensava allo stesso modo,

perché, secondo lui, l’aspirante alla penitenza era troppo giovane e troppo bella. Dopo tre anni di insistenza, Margherita fu ammessa nel Terzo Ordine Francescano (ora Ordine Francescano Secolare, OFS), vestendo il mantello penitenziale.

Le fu concessa una piccola cella a fianco della Chiesa di San Francesco di Cortona e visse di penitenza durissima, di preghiera e di servizio agli ammalati poveri, visitandoli e curandoli a domicilio, scoprendo così in se stessa una volontà ed un talento di organizzatrice che neppure lei sapeva di possedere. Infatti raduna intorno a sé un gruppo di volontarie (le Poverelle) ed insieme a loro organizza una rete fittissima di carità per chiunque ha bisogno di aiuto. Riesce a contagiare nel suo progetto caritativo le famiglie nobili della zona, che mettono a sua disposizione somme ingenti con le quali, nel 1278, riesce ad aprire il primo ospedale per i poveri di Cortona, l’Ospedale Casa di Santa Maria della Misericordia, ancora esistente, diventando per i malati non solo infermiera, ma anche amica, confidente e, all’occorrenza, anche cuoca e questuante: insomma fa di tutto per chi non ha nulla, neppure la salute. L’assistenza è assicurata dalla Confraternita delle “Poverelle” e dai Mantellati, per la quale aveva scritto gli Statuti, di chiara impronta francescana, ed alla quale, soprattutto, offre la testimonianza della sua nuova vita interamente votata ai più deboli.

Ma Margherita scende anche in piazza, quando è necessario, per pacificare gli animi e per rasserenare il turbolento clima politico del suo tempo, ma soprattutto ella si dedica ad una intensa preghiera e ad una grande penitenza che la portano alle più alte vette della mistica, nella Rocca sopra Cortona, dove aveva ricavato una piccola cella in cui vive gli ultimi anni in meditazione e solitudine, nella contemplazione della Passione di Cristo. Lei non scrisse niente, ma le sue esperienze spirituali (visioni e dialoghi con Gesù) furono riportate dal suo biografo e confessore francescano Frà Giunta Bevignati. Margherità morì il 22 febbraio del 1297, ad appena cinquant’anni. Ci vorranno però più di quattro secoli prima che la Chiesa la proclami santa, esattamente nel 1728, ad opera di Papa Benedetto XIII°.

Margherita da Cortona è una figura molto importante per l’Ordine Francescano Secolare e per la spiritualità francescana, tanto che è chiamata la Terza Stella del Francescanesimo, dopo Francesco e Chiara.

Venerabile Antonio Alonso Bermejo

Antonio Alonso, terziario francescano, nacque a Nava del Rey, Valladolid, il 29 gennaio del 1678. In castità visse nella penitenza più stretta e sotto la guida del suo confessore, un intenso percorso d’ascesi spirituale. Fu pellegrino a Roma ed alla Santa Casa di Loreto ed al suo ritorno a Nava del Rey, a proprie spese, in accordo col fratello, trasformò un primitivo ospizio risalente al XIV° secolo in un moderno ospedale dedicato a San Michele Arcangelo qual’è giunto fino ad oggi, al cui mantenimento lasciò ogni suo avere. Attento non solo alle ferite fisiche ma anche a quelle spirituali, non solo fu infermiere, ma promosse delle Confraternite e le devozioni alla Madonna del Carmelo e del Calvario. Presso l’Ospedale di San Michele Arcangelo Antonio Alonso si adoperò alla costruzione di una chiesa che affidò ai Padri della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri e presso il cui Tabernacolo, ospizio di Cristo sacramentato, anziano e malato, trascorse in preghiera gli ultimi anni della sua vita terrena. Tornò alla Casa del Signore il 14 novembre del 1758. Egli è raffigurato con un giubottino di panno, sopra il suo saio lungo fino alle ginocchia, ed i sandali francescani. Così vestì tutta la sua vita da che entrò nel Terz’Ordine Francescano, ora Ordine Francescano Secolare (OFS).